Le vere origini del cavallo Marwari si perdono nella notte dei tempi. Il mito di questo fiero e temerario animale è così potente che si dice che ogni divinità, da Brama, creatore dell’universo, fino a Surya, il dio sole, gareggiasse per possederlo. Il legame tra il cavallo e le divinità era così solido da portare alla nascita di un vero e proprio culto.
Si racconta che il cavallo si sia materializzato nella cultura popolare all’alba del periodo Vedico, circa 2000 anni a.C. I grandi sovrani legarono il loro nome a questi cavalli, ed essi diventarono un simbolo del potere e della potenza dei clan guerrieri. Considerati creature divine, benedetti dagli dei e decantati da re, i cavalli Marwari vennero legittimamente considerati come il più nobile dei cavalli da guerra.
Famosi per la loro audacia e brama di conquista, le stirpe guerrieri del Rajputana sceglievano i Marwari proprio per il loro carattere d’acciaio e la loro passione, la loro fiera andatura e il loro incedere intrepido. All’apparenza docile, il loro sguardo intenso tradisce le loro infinite riserve di forza e resistenza.
Il coraggioso e muscolose Marwari con le loro lunghe gambe, furono addestrati per portare il loro cavaliere per lunghe ore attraverso il terreno aspro del deserto, sopravvivere con poca acqua e biada, affrontare la morte senza paura e difendere il loro signore nel pieno alla battaglia. Il loro mantello lungo e setoso li aiuta a mantenerli freschi durante i lunghi mesi estivi, mentre le lunghe ciglia proteggono i loro occhi dalle tempeste di sabbia.
La caratteristica fisica posseduta unicamente da questa razza sono le loro orecchie, finemente curvate a forma di lira o scimitarra. Non solo riescono a percepire il minimo rumore, ma sono infatti gli unici che riescono a ruotare gli orecchi di centottanta gradi sia insieme che separatamente mentre sono lanciati al galoppo. Questa particolarità attesta la purezza della razza ed è la prima caratteristica che sparisce quando una giumenta viene incrociata con un cavallo di qualsiasi altra razza.
Col passare dei secoli i Marwari – letteralmente il nome vuol dire “dalla terra della morte” tale era il terrore che incutevano nei loro nemici – diventarono i cavalli prediletti di molti sovrani e nobili, dai Rathore Rajputs in Rajputana al famigerato governante Sikh Ranjiy Singh, meglio conosciuto come il Leone del Punjab. Dal terzo secolo hanno combattuto eroicamente in battaglia, diventando famosi per il loro coraggio, audacia e temerarietà. Adorati e ingioiellati dai loro proprietari, furono rispettati ed amati da tutti i membri del clan, sia uomini che donne. Quando Laili – la giumenta preferita di Ranjit Singh – morì nel 1837, comandò una salva di ventuno colpi di cannone per il suo funerale e pianse senza vergogna.
I fieri Marwari combatterono la loro ultima battaglia in Medio Oriente con il Generale Allenby nel 1917 a Haifa montati dai lancieri di Jodpur-Mysore-Gwalior-Jaipur, ora conosciuti in India come il 61° Reggimento a cavallo (uno dei pochissimi al mondo ancora in servizio operativo a cavallo).
Il declino della razza, portata quasi all’estinzione, di deve agli Inglese che li trovarono troppo focosi. Ma il momento più triste della storia secolare di questi cavalli arrivò nel 1947 quando, a nome del governo provvisorio indiano, Sardar Patel convinse i principi e i nobili a rinunciare a molti dei propri diritti e privilegi ereditari. Il passo successivo (l’atto di abolizione del diritto a possedere le terre ereditate) sottrasse ai nobili i mezzi di sostentamento per mantenere i loro animali. Migliaia di cavalli furono uccisi, castrati o dispersi nei villaggi e tra gli agricoltori. Da messaggero celestiale appannaggio solo dei nobili e dei sovrani, il Marwari divenne una semplice bestia da soma. Dopo le prime elezioni democratiche nel 1952, il governo credette giusto eliminare ogni traccia dei privilegi ereditari. Il cavallo Marwari era un simbolo troppo potente, troppo legato ai valori ed agli eccessi dei principi in disgrazia. Negli anni cinquanta l’allevamento degli cavalli indigeni fu in pratica sospeso e il Marwari fu consegnato momentaneamente alla storia e all’oblio.
Ma la loro rinascita, anche se parziale e frammentata, è partita dal suo stesso popolo che aveva nascosto dei splendidi esemplari nelle loro fattorie o nei cortili di famiglia in Rajasthan. Alla fine degli anni novanta, dopo la creazione della Indigenous Horse Society of India (Società dei Cavalli Indigeni dell’India) da parte di Raghuvendra Singh Dundlod ed altri filantropi amanti dei cavalli, insieme i governi del Punjab, Rajasthan e Gujarat, hanno intrapreso dei nuovi progetti di allevamento per proteggere e migliorare la razza. I proprietari terrieri ed i nuovi ricchi cominciarono a allevarli, spesso con successo, dando una nuova visibilità alla cultura Rajput e spesso salvando le loro case dalla distruzione e dalla rovina.
Per continuare su questa strada ed onorare la dedizione e perseveranza di questi visionari ci vorrà una risposta globale da tutti gli appassionati dei cavalli ed allevatori in tutto il mondo. Nulla se non l’impegno collettivo e assoluto della comunità equestre, sia in India che all’estero, potrà far modificare il disinteresse attualmente dimostrato dal Governo dell’India verso questo patrimonio prezioso ma precario che per cos’ tanti secoli ha contribuito al potere e alla ricchezza del paese come lo conosciamo oggi.